Interpretazione mentale delle emozioni

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Fragilità emotiva e interpretazione mentale della Dott.ssa Alessandra Chiarini

La mente che mente e la fragilità emotiva

L’associazione tra pensiero ed emozione è molto stretto ma è necessario analizzare con calma sia la sfera mentale, sia la sfera emotiva in maniera distinta per comprendere come si influenzano in un circuito vizioso, soprattutto quando l’emozione è di paura o rabbia.

Possiamo sottolineare che una frustrazione eccessiva (vissuta durante la gravidanza, durante il parto, nei primi anni di vita infantile) porta con sé un trauma, un intreccio di una sensazione molto spiacevole, di dolore che si imprime nel corpo innanzitutto e come senso di inadeguatezza, rifiuto, abbandono e via dicendo.

Ciò predispone alla fragilità emotiva, per una mancanza di supporto, protezione, sicurezza. Il bambino si sente sbagliato, inferiore.

Ovviamente questa non è una interpretazione razionale bensì qualcosa che passa dall’inconscio. Una emozione negativa crea una etichetta che condiziona per tutta la vita.

Quel condizionamento va quindi riportato alla coscienza, allentato progressivamente perché dannoso, inutile e non veritiero.

 

In questo articolo ci occupiamo quindi di approfondire i seguenti punti:

  • Il cosiddetto “etichettamento” (o valutazione di una esperienza emotiva);
  • La concezione non “cosale” dei vissuti;
  • L’idea secondo cui le difese non riguardano né il presente né il passato, ma la rivisitazione cognitivamente inadeguata (“datata”) del passato nel presente.

 

L’emozione è un’azione che include fin dall’inizio delle valutazioni cognitive; parlando di “etichettamento”, però, mi riferisco ad una valutazione successiva all’esperienza emotiva.

Tale etichettamento va inteso come un processo cognitivo che “classifica” un’emozione, che agisce al di sotto della consapevolezza e che risulta “definitivo”.

Quando consapevolmente valutiamo un’esperienza possiamo anche stabilire, come per i prodotti alimentari, una scadenza; ad es. “sono stanco di studiare” non implica che non aprirò mai più un libro, ma che sospenderò la lettura per mezz’ora o per il resto della giornata.

Le operazioni di etichettamento, che nell’infanzia classificano determinate esperienze emotive come ingestibili, invece, sono inconsce e definitive.

Se non si “riapre il caso”,la classificazione resta valida finché la persona vive.

Gian Vittorio Caprara formula la seguente ipotesi: “Non solo mi pare plausibile riconoscere alle precoci esperienze emotive una qualche valenza cognitiva in termini di intelligenza sensomotoria, ma mi pare anche plausibile riconoscere alle prime esperienze che si accompagnano alla soddisfazione e alla frustrazione…una funzione di “appoggio” per il costituirsi delle strutture cognitive che successivamente verranno a modulare le varie manifestazioni emotive” (1988, p.281).

Molti clienti hanno il terrore di piangere ed evitano costantemente di riattivare vissuti dolorosi per i quali si scioglierebbero in lacrime.

Fanno esperienze coscienti che potrebbero invalidare la loro convinzione di non poter gestire certe situazioni; tuttavia, la loro convinzione è inconsapevole e quindi non soggetta a rettifiche.

Il vissuto e le emozioni represse

Qualsiasi concezione dei vissuti come puro “ricordo emotivamente significativo” è poco utilizzabile nel lavoro di presa di coscienza della personalità (verso un riequilibrio) perché molti ricordi del genere sono stati integrati e possono facilmente venir recuperati.

È la valutazione cognitiva dei vissuti come intollerabili a rendere certi vissuti attualmente delle occasioni per un’azione difensiva: “si deve parlare del vissuto come della revisione mentale che una persona compie nel rivedere altre azioni da lei stessa compiute in vari modi; fra queste azioni passate in rassegna vi sono le spiegazioni sviluppate in precedenza di ciò che si è fatto e degli eventi che si sono affrontati.

Il vissuto è sempre mediato dall’interpretazione personale” (Schafer, 1983,pp.94-95).

Vissuto emotivo, difese e fragilità emotiva

Le difese psichiche non vengono utilizzate sempre, ma solo all’occorrenza, ovvero quando l’emozione è valutata non tollerabile.

La persona che evita un vissuto di non considerazione assumendo un atteggiamento di arroganza, probabilmente è normalmente molto gentile e solo quando riceve una critica reagisce in maniera aggressiva.

Ovvero, appena registra un’esperienza attuale come esperienza di non considerazione, fa una sorta di veloce (e inconscio) controllo sull’argomento in questione e trova un rinvio alla classificazione fatta venti o cinquant’anni prima.

Possiamo quindi precisare che un “vissuto” non va inteso come un semplice ricordo, ma come un ricordo emotivamente significativo e caratterizzato da una valutazione cognitiva che classifica come intollerabile l’emozione in questione e che produce un’operazione difensiva.

Più è elevata l’intolleranza di una emozione più la valutazione di incapacità di gestirla è pregnante e induce barricate difensive di varia intensità.

La fragilità emotiva è tanto maggiore quanto più l’intolleranza emotiva è forte.

Una delle difese più arcaiche per proteggersi è proprio la “scissione” indice di un alto grado di fragilità emotiva.

Infatti fragilità come etimologia si rifà al verbo latino “frangere”, che significa rompere, andare in pezzi.

Un vissuto intollerabile manda in pezzi la struttura anche solo temporaneamente, per cui in seguito ad es. a un lutto il dolore di perdita (come se morisse una parte di noi stessi) è scisso e magari negato o proiettato su altri perché sentito come “cattivo, pericoloso”.

Il dolore sembra appartenere a qualcun altro (anche altri familiari, amici..).

Dobbiamo imparare a riconoscere, a osservare, a stupirci, a cogliere come spettatori più neutrali queste emozioni, queste difese, questi copioni mentali.

Tutto si gioca nel presente, mai nel passato.

 

Riguardo alla concezione non oggettiva dei vissuti, anche Schafer respinge l’idea che le emozioni possano essere accumulate e conservate.

Non possono esserci “vecchi sentimenti”.

Le emozioni, intese come azioni e modalità di azioni, possono essere manifestate solo in un contesto attuale (…) qualcuno potrebbe credere di descrivere un semplice stato di cose dicendo “Mi sono ricollegato con un vecchio sentimento”, o “Quel vecchio sentimento è riaffiorato” o qualcosa del genere.

Al contrario, nel linguaggio dell’azione dovremmo dire: “Sto pensando ad una vecchia situazione agendo più o meno negli stessi modi emotivi che ricordo di aver attivato in passato” (…) è la situazione non l’emozione ad essere vecchia” (1976, pp.313-314).

Questa osservazione è importante perché qualsiasi “affioramento di vissuti” non va inteso come un evento che accade “nella” persona e di cui la persona è vittima.

Noi siamo “perseguitatidai vissuti non integrati semplicemente perché attualmente manteniamo l’intenzione di non affrontarli e quindi li “teniamo presenti” per accertarci che nulla ci metta in difficoltà.

Balance e fragilità emotiva

Noi quindi viviamo sempre le emozioni, i pensieri e il corpo nel presente, mentre ci illudiamo di fare rivivere fantasmi di un passato anche traumatico che non esiste più.

Restano segni, ferite riconoscibili sul corpo (postura, mimica, gestualità, tensioni muscolari, brillantezza o meno dello sguardo…) ed errati agglomerati meccanici (copioni) psichico-emozionali, non corrispondenti alla realtà che ci fanno attivare difese oramai inutili.

Attraverso il Metodo Balance possiamo apprendere un training progressivo di osservazione nel momento presente sia dei pensieri, sia delle emozioni, sia del corpo.

Il corpo rimane sempre il primo prezioso livello di osservazione, su cui possiamo interagire poi in maniera riequilibrante.

Il corpo manifesta sempre emozioni e pensieri.

Possiamo imparare le chiavi di lettura per leggerlo e riarmonizzarlo e per riarmonizzare la sfera psicoemotiva.

Lo strumento dello Yoga integrale che comprende anche tecniche di rilassamento e meditazione risulta prezioso per questa presa di coscienza e per sciogliere progressivamente la fragilità emotiva verso un maggiore benessere e percezione di interezza, integrità, pienezza e benessere.

A esso aggiungiamo anche la possibilità di lavorare attraverso un consapevole stile alimentare, una cura di sé e del proprio corpo più attenta (incluso massaggi, trattamenti olistici…) relazioni con sé e con gli altri più appaganti.

 

Per questo motivo il mio lavoro come Psicologa sul territorio di Bologna è integrato da quello di altri eccellenti professionisti che troverete nella sezione delle Collaborazioni.